Napoli - Il Duomo di Napoli

Il Duomo di Napoli è un luogo di culto bimillenario. E' dedicato a Santa Maria Assunta ma è da sempre chiamato Duomo di San Gennaro, in quanto il tempio custodisce le preziose reliquie del Santo, patrono della città. Tradizione vuole che due volte l'anno i fedeli si riuniscano all'interno del Duomo per assistere al miracolo della liquefazione del sangue del Santo.

Storia

Le origini

La Cattedrale di Napoli fu eretta nel 1294 per volontà di Carlo I d’Angiò. La fabbrica angioina inglobò due precedenti basiliche che, a loro volta, sorgevano in un luogo dove in epoca greca si trovava un tempio dedicato ad Apollo. Le precedenti basiliche sono ancora oggi visibili e sono parte del Duomo, pur conservando un autonomo titolo basilicale: si tratta della Basilica di Santa Restituta e del Battistero di San Giovanni in Fonte. Il Battistero fu iniziato per volontà dell’Imperatore Costantino, come testimoniato in un passo della vita di papa Silvestro nel Liber Pontificalis Ecclesiae Romanae, dove si legge “eodem tempore fecit Costantinus Augustus basilicam in civitatem Neapolim”. Santa Restituta, invece, risale all IV secolo e prese già il titolo di cattedrale. Sul sito della fabbrica, era anche un’altra chiesa paleocristiana, la Basilica di San Salvatore, o della Stefanìa, così chiamata in onore del vescovo Stefano I (499-501) che la fece costruire; ma i lavori dell’opera angioina portarono alla distruzione di quest’ultima.


DuomoSotto i francesi, i lavori proseguirono con Carlo II (1285-1309) e suo figlio di Roberto (1309-1343), al quale si deve il completamento dell’Opera.

Alla fabbrica angioina appartengono, in modo particolare, i due leoni stilofori del portale maggiore e la Madonna con il bambino della lunetta, opera di Tino da Camaino.

La Cattedrale fu dedicata all’Assunta per volere dell’arcivescovo borgognone Umberto d’Ormont (1308-1320), nel 1314.

Gli aragonesi e il Cinquecento

Nel XV secolo, gli aragonesi avviarono nuove opere: nel 1407, a causa del parziale crollo della facciata dovuto al terremoto del 1349, il prospetto fu rifatto; fu, inoltre, chiamato presso la fabbrica Antonio Baboccio da Piperno, al quale si devono la cuspide e i due portali minori. Altri lavori vennero realizzati a seguito del terremoto del 1456. Anche il cardinale Alessandro Carafa (1484-1505) ordinò nuovi interventi.

La cripta di San Gennaro fu iniziata per volere del cardinale Oliviero Carafa nel 1497, a seguito della traslazione delle reliquie del Santo Patrono di Napoli. La cappella di San Gennaro, invece, fu realizzata nel 1527 dai fedeli per la protezione che il santo aveva accordato alla città in occasione della peste. Il progetto fu affidato a Francesco Grimaldi.

Dal barocco al neogotico

Nel Seicento Santa Restituta venne parzialmente barocchizzata dalll’architetto Arcangelo Guglielminelli. Ad Antonio Disegna si deve l’intervento volto a coprire l’arco trionfale paleocristiano di un drappeggio di stucco sorretto dagli angeli, mentre il Salvatore in gloria è opera di Nicola Vaccaro. Le carena rovesciata della cattedrale fu coperta dal soffitto a cassettoni, nel 1621, per volontà del cardinale Decio Carafa. La chiesa venne consacrata il 28 aprile 1644 ad opera del Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666). Nel 1680, il cardinale Innico Caracciolo ordinò il rivestimento di stucchi barocchi per le originarie strutture gotiche angioine. Altri lavori furono intrapresi nel 1797: la facciata venne restaurata da Tommaso Senese. Molte superfetazioni barocche vennero rimosse nel 1837 secolo, per volere del cardinale Filippo Giudice Caracciolo. Furono incaricati del restauro gli architetti Curcio e Cappelli. Nell’Ottocento, per volere del cardinale Riario Sforza, Enrico Alvino, con la collaborazione di Giuseppe Pisanti, incorporò i resti della facciata angioina in una struttura neogotica decorata da bassorilievi e statue.

Descrizione

Esterno

L’originaria facciata trecentesca del duomo fu quasi completamente distrutta in occasione del terremoto del 1349. Dell’originale struttura sopravvivono i leoni stilofori del portale maggiore, la Madonna con Bambino (Mater orbis) nella lunetta centrale, opera dello scultore senese Tino di Camaino, attivo a Napoli fra il e il 1337.

Il portale maggiore, invece, nel suo complesso, si deve all’opera di Antonio Baboccio da Piperno, che lavorò alla facciata fino al 1407, per volere di Re Ladislao di Durazzo su commissione del cardinale Enrico Capece Minutolo.

Il Baboccio, recuperando gli elementi del Camaino, produsse un’arca gotica di notevole pregio e conforme ai gusti della committenza: ci troviamo di fronte ad un meraviglioso portale, narrativamente molto complesso, particolarmente ricco di bassorilievi e statue: di carattere religioso e laico, con elementi antropomorfi e fitomorfi. La lunetta, posta entro una leggera strombatura e sopra un sottile architrave decorato con busti e stemmi, è incorniciata da un grande frontone gotico, aperto da una rosa che raffigura, in altorilievo, una Incoronazione della Vergine, e decorato con bassorilievi con angeli musicanti. Il frontone triangolare è sormontato e affiancato da cuspidi decorate con statue.

Ad eccezione dei portali, la facciata rimase incompleta fino al 1876, quando Enrico Alvino la completò con una copertura marmorea di gusto neogotico. L’opera fu completata, a causa della morte dell’Alvino, da Giuseppe Pisanti, che apportò modifiche al progetto iniziale. Il prospetto si completa con tre frontoni triangolari in corrispondenza delle tre navate ed alcune cuspidi, che riprendono esattamente la grammatica del portale maggiore.

Interno

L’interno si presenta a croce latina a tre navate con una profondità di circa 100 metri. La navata centrale è larga 15 metri, le navate laterali 7,25 metri ciascuna.

Le navate sono ritmate da sedici pilastri, otto per lato, su cui poggiano gli archi ogivali; nei pilastri, a fascio, sono inglobate 110 colonne di granito orientale di spoglio provenienti dalla demolita Stefanìa. I basamenti, coperti da ricchi marmi policromi, sono un’aggiunta del 1775.

Il soffitto originario a carena rovesciata è stato coperto, nel 1621, dal ricco soffitto a cassettoni. Le tele sono opera di Giovanni Balducci, Vincenzo Forlì e Flaminio Allegrini.

Le tele, in alto, lungo la navata principale e lungo il transetto, raffigurano Dottori della Chiesa, apostoli, patroni della città e santi e sono opera di Luca Giordano. Alla base dei pilastri, sono i busti seicenteschi dei primi 16 vescovi di Napoli. Nella controfacciata, sono le tombe di Carlo I d’Angiò, Carlo Martello e di sua moglie Clemenza di Asburgo, ricostruite nel 1599 da Domenico Fontana per sostituire gli orginali sepolcri del XIII, persi a seguito di un terremoto.

duomo internoSotto la seconda arcata a sinistra è un fonte battesimale composto da una vasca di basalto egiziano di fattura ellenistica, incapsulato in una base barocca del 1618.

Prima del transetto, sono gli organi, opera di Gennaro di Fiore (1772), il trono episcopale, pregevole cattedra cosmatesca del 1376 e, di fronte, il pulpito con Predicazione di Gesù, di Annibale Caccavello.

Navata destra

  • I cappella, Cappella di San Nicola di Mira; è dedicata a San Nicola di Bari. Sull’altare, è una tela raffigurante il Santo, realizzata da Paolo de Matteis nel 1695. Nel paliotto è inserita un’epigrafe del 1616, collocata da Ferdinando Quadra a ricordo dei committenti. Alle pareti laterali, dipinti attribuiti a Santolo Cirillo raffiguranti Storie di San Nicola.
  • II cappella, Cappella del Crocifisso. Il paliotto secentesco raffigura una Deposizione del Cristo morto ed è opera di Cosimo Fanzago. Alle pareti sono le tele di Michele Foschini e raffigurano Gesù nell’orto e Gesù caricato della croce.

Ai lati della cappella sono le due tombe dei Caracciolo Pisquizi (XIV secolo) con statue della Mansuetudine e della Fortezza, attribuite a Tino di Camaino.

  • III cappella, Cappella di San Gennaro
  • IV cappella, Cappella Galluccio o delle Reliquie

Raccoglie tutte le reliquie provenienti dai monasteri cittadini soppressi e incamerati dallo Stato, ordinati in questa cappella per volontà del cardinale Guglielmo Sanfelice (1878-1897), oltre alla stauroteca di San Leonzio del XII sec. I pannelli lignei intagliati degli armadi sono opera del XVI secolo di Pietro Provochi; raffigurano Sant’Agnello, San Severo, Sant’Enfebío e Sant’Atanasio, mentre sul retro sono disegnate scene delle vite dei santi.

Sull’altare è un dipinto di Andrea Malinconico raffigurante la Discesa dello Spirito Santo sugli apostoli.

  • V ambiente, Oratorio dell’arciconfraternita dei Bianchi del Santissimo Sacramento

Oltre all’oratorio, si tratta di un ambiente di servizio, “lo scolatoio”, dove si ponevano a disseccare i cadaveri.

  • VI cappella, Cappella Santi Tiburzio e Susanna: è dedicata ai Santi Tiburzio e Susanna che furono martiri durante la persecuzione di Diocleziano. Al centro, è il sepolcro del cardinale Francesco Carbone (1405), comunemente attribuito ad Antonio Baboccio.

Sulle pareti laterali, lastre tombali del XVII secolo della famiglia Brancia.

Transetto

Conserva l’originale copertura a costoloni gotica. Nel soffitto tele di Balducci e Forlì, ai lati la serie di santi di Luca Giordano, che incomincia nella navata principale, tranne che in corrispondenza dell’arco trionfale, dove i Ss. Giovanni Damasceno e Attanasio sono opera di Francesco Solimena.

  • I cappella, Cappella della Maddalena: così chiamata dalla tela eseguita da Nicola Vaccaro, del seicento. :All’angolo del transetto con la navata è il cenotafio del Cardinale Antonino Sersale (1754-1775), arcivescovo di Napoli. Il ritratto è opera di Giuseppe Sammartino.
  • II cappella, Cappella Caracciolo-Giosuè, detta dell’Annunziata, per la presenza di una tela di Nicola Maria Rossi nel 1744, posta sull’altare. Alle pareti sono collocati frammenti di affreschi quattrocenteschi provenienti dalla cappella dei Marciano che raffigurano: Sant’Antonio Abate, San Girolamo, Annunciazione e Crocifisso.
  • III cappella, Cappella Milano o della Assunta, in onore dell’omonima grande tela del Perugino, raffigurante la Vergine in una mandorla mistica contornata da angeli. Nella cappella sono anche la tomba del canonico cimeliarca Pietro Capece Baraballo (1333) e il sarcofago di Enriro Capece Minutolo (1360) con la moglie Bardella Piscicelli.

Tra la cappella Caracciolo e quella seguente è il monumento funebre del Cardinale Innico Caracciolo eseguita dal carrarese Pietro Ghetti.

  • III cappella, Cappella Capece Minutolo, che conserva l’architettura gotica originale.

Sulla parete in fondo è il sepolcro del Cardinale Enrico Capece Minutolo di Antonio Baboccio (1402).

Sull’altare è il sepolcro di Arrigo Capece Minutolo, opera di marmorari romani(1402)

A destra, è il sarcofago dell’Arcivescovo di Napoli Filippo Capece Minutolo (1288-1301) decorato con mosaici cosmateschi della bottega di Arnolfo di Cambio, forse di Pietro di Oderisio. A sinistra, è il sarcofago dell’arcivescovo di Salerno Orso Capece Minutolo (1327), opera della scuola di Tino di Camaino. Le pareti ed il soffitto della Cappella sono interamente decorati da meravigliosi affreschi, opera di Montano d’Arezzo (1285), Pietro Cavallini, Giotto e, secondo alcuni critici, anche Cimabue.

Fuori alla cappella, è il sepolcro di Giovan Battista Capece Minutolo, opera del XVI secolo di Girolamo d’Auria.

  • IV cappella, Cappela di Sant’Aspreno: è la cappella della famiglia dei Tocco di Montenifletto, dedicata a Sant’Aspreno, battezzato da San Pietro, secondo la tradizione, primo vescovo di Napoli. La cappella conserva l’originale struttura gotica ed una preziosa bifora con capitelli finemente istoriati. Gli affreschi con Storie di Sant’Aspreno sono opera di Agostino Tesauro (1519).

La tomba del Santo, sotto l’altare, recca dei bassorilievi di Diego de Siloe. La Madonna col bambino sul sepolcro di Giovanni Iacopo Tocco è di Giovan Tommaso Malvito, mentre gli affreschi sullo zoccolo (disegni geometrici e apostoli) sono attribuiti a Pietro Cavallini.

Abside

La struttura gotica è stata completamente alterata dagli interventi seguenti. Nel ‘500, per volere del Cardinale Alfonso Gesualdo, il piano del presbiterio fu rialzato per accomodare il Succorpo (la cripta). Nel 1741, il Cardinale Spinelli commissionò altri lavori a Paolo Posi, incluso la demolizione della volta, e fece spostare il coro, scolpito da Marcantonio Ferraro nel 1616-1617 e originariamente sistemato nella navata maggiore, nella tribuna. In quell’occasione, fu anche rifatto l’altare maggiore, opera di Pietro Bracci e Nicola de Blasio.

Sull’altare è l’Assunta, di Pietro Bracci, monumentale scultura in marmo e stucco; alla parete sinistra è la Traslazione delle reliquie di Ss. Acuzio ed Eutichete, di Corrado Giacquinto; nella volta, affrechi di Stefano Pozzi, autore anche della tela a destra, San Gennaro e Sant’Agrippino scacciano i saraceni.

Al centro, notevole Crocefisso di ignoto campano del duecento. Nel retro dell’altare sono le reliquie di Sant’Agrippino e dei Ss Acuzio ed Eutichete.

Le due colonne di diaspro rosso agli angoli del presbiterio provengono dalla diaconia di San Gennaro all’Olmo, e sono state rinvenute nel 1705.

Succorpo

La cripta venne costruita per alloggiare le reliquie di San Gennaro che, dopo essere state trafugate dal principe Sicone dal sepolcro napoletano nelle catacombe di Capodimonte, erano state rinvenute nel monastero di Montevergine dal figlio di Ferdinando I. Le sacre spoglie vennero, quindi, traslate a Napoli nel 1497 per volere dall’arcivescovo Alessandro Carafa, mentre suo fratello, il Cardinale Oliviero Carafa, decise di costruire una cappella degna di ospitare le reliquie del Santo. La cripta o Succorpo è opera, forse, del Bramante, e del comasco Tommaso Malvito e del figlio Giovan Tommaso; il Seccorpo è considerato uno dei momenti più alti del Rinascimento a Napoli.

Descrizione

La cripta è costituita da un ambiente rettangolare di 12 per 9 metri, completamente ricoperto di ricchi marmi, diviso in tre navate da dieci eleganti colonne decorate con ovuli, spirali di ordine ionico, triglifi e foglie d’acanto. Il soffitto è suddiviso in diciotto cassettoni marmorei, decorati con santi (al centro, in ogni lacunare) e cherubini (ai lati, due per lato, affianco al bassorilievo del santo). Le cornici sono decorate con grottesche e motivi naturali, tipici del Rinascimento. Molto prezioso è il pavimento cosmatesco; notevoli le coeve porte bronzee. Nelle formelle, sono raffigurati la Madonna con il Bambino, i Santi Pietro e Paolo, i quattro Evangelisti, i Dottori della Chiesa, i sette patroni della città di Napoli. Alle pareti laterali, si aprono su ogni lato cinque nicchie con un altare. Vi sono, inoltre, diverse decorazioni a base di cassettoni e bassorilievi raffiguranti ghirlande. In fondo, c’è una piccola abside, con il catino decorato con un motivo scanalato che ricorda una valva, e, sotto, lo stemma dei Carafa. Al centro del presbiterio, si conservano le ossa del santo patrono in un'olla fittile di età medievale. Sopra, è una volta con ritratti in due medaglioni, e, nell’intradosso delle finestre, angeli con stemmi dei Carafa. All’inizio della navata centrale è la statua del Cardinale Oliviero Carafa orante.

Transetto sinistro

  • I cappella, Cappella Capece Galeota

La cappella Galeota è la prima del presbiterio, dal lato sinistro. Molto bella l’originale volta gotica ad ombrella

Dietro all’altare barocco posto al centro della cappella, ricostituito nel 1957, Madonna col Bambino e committente, di Pietro Bifulco (XV sec.).

Sulla parete di sinistra, è posta una quattrocentesca Madonna delle grazie con Rubino Galeota, sotto è il sepolcro di Giacomo Capece Galeota, opera di Lorenzo Vaccaro del 1677. Di fronte, è il sepolcro di Fabio Galeota, eseguito nel 1673 da Cosimo Fanzago.

Alle pareti è un ciclo quattrocentesco di affreschi raffigurante Storie della vita del santo vescovo Atanasio, restaurate nel 1667 da Andrea di Leone, e nel 1842 da Aniello d’Aloisio.

Tra questa cappella e la seguente è l’Altare Loffredo di Bartolomeo e Pietro Ghetti (XVII sec.) e un San Giorgio di Francesco Solimena.

  • II cappella, Cappella di San Lorenzo.

La cappella è anche detta di San Paolo de Humbertis, in onore del vescovo Umberto d’Ormont (1308-1320), nonché sede della Congrega degli Illustrissimi.

Sulla controfacciata è l’importante affresco trecentesco dell’Albero di Jesse, attribuito a Lello d’Orvieto (1315).

Sull’altare, trittico raffigurante la Visita di Maria a Sant’Elisabetta tra i Santi Nicola e Restituta, opera di Giovanni Antonio Santoro ( XVII secolo).

Nell’arco sopra l’altare, vi sono degli affreschi di di Giovanni Balducci.

  • Giro del transetto sinistro

Proseguendo la visita, dall’estrema sinistra, sono le seguenti opere d’arte:

    • Cenotafio di papa Innocenzo XII Pignatelli, di Domenico Guidi (1696)
    • Sepolcro di papa Innocenzo IV, di Giovan Tommaso Malvito (che riutilizzò parti trecentesche): sopra, un rilievo con Madonna e Bambino, sempre del Malvito.
    • In alto, Natività e i Sette patroni di Napoli, di Giorgio Vasari (dipinti che originariamente coprivano i portelli dell’organo che sorgeva al di sopra del pulpito).
      • (ancora più in lato) l’Arcangelo Gabriele e l’Annunziata, opera di Luca Giordano.
    • Monumento sepolcrale del Cardinale Giuseppe Prisco (1898-1923).
    • Tomba di Enrico Spata Loffredo (morto nel 1431), e di suo figlio Ciccio (morto nel 1468).
 

Commenti 

 
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